Diritto del lavoro – orari di lavoro e sfruttamento

Proviamo a rispondere a uno dei lettori che seguono la rubrica:

 

Sono G., ho 26 anni ed attualmente mi trovo per lavoro in Germania. Tramite una società d’integrazione, frequento un corso di tedesco a C. e lavoro in una clinica privata vicino M., ma non mi trovo affatto bene in entrambi i lati. La società d’integrazione è disorganizzata e il lavoro è sfruttamento puro; non posso fare la pausa di mezz’ora che mi spetta, entro prima dell’orario lavorativo ed esco dopo senza avere straordinario, l’ho faccio da 6 mesi e non ho avuto neanche un fine settimana libero; ho lavorato una volta anche 12 giorni consecutivi ed in più non sono soddisfatto per niente del rapporto con il datore di lavoro. Insomma una vera è propria fregatura, perchè la società d’integrazione ci aveva promesso serietà e avanzamento professionale che invece non esiste. Voglio licenziarmi e tornare in Italia, il problema, però, è una clausola del contratto, che prevede 4.000 euro di sanzione e m’impegna a rimanere per 2 anni, altrimenti in caso di rescissione dovrò pagarli. Poi non so come fare per lasciare la casa (prendermi la caparra) e chiudere le utenze”.

 

Innanzitutto cominciamo con gli orari di lavoro, che in primo luogo sono regolamentati dalla legge relativa agli orari di lavoro (in ted. Arbeitszeitgesetz). Il lettore ha ragione: dopo sei ore di lavoro al dipendente spetta una pausa di almeno mezz’ora (di almeno 45 minuti per chi lavora 9 ore e oltre); una pausa che va concessa anche nell’interesse dell’azienda stessa per più motivi: da una parte perché ogni lavoratore ha bisogno di staccare per poter tenere alto il livello delle proprie prestazioni. E dall’altra, perché i datori di lavoro che non rispettano le normative relative agli orari di lavoro vanno incontro a sanzioni pecuniarie elevatissime, e, in casi estremi, rischiano di perdere la concessione. Inoltre, da quando è in vigore la legge sul salario minimo, i datori di lavoro sono tenuti a documentare gli orari di lavoro. Una denuncia, da parte magari di un ex dipendente, può mettere a repentaglio l’intera azienda. Perché, dunque, rischiare? Anche lavorare 12 giorni consecutivi non è lecito: ogni sei giorni serve un giorno di pausa. E non solo: dalla fine del lavoro di una giornata fino all’inizio del prossimo giorno di lavoro, i dipendenti hanno diritto ad almeno 11 ore di riposo, eccetto in ospedali oppure ospizi, dove il riposo giornaliero può essere ridotto a 10 ore.

 

Per quanto riguarda la sanzione di 4000 euro per il corso di formazione che paga il datore di lavoro, il discorso è più complicato. Non esiste una legge, infatti, che regola questi casi. Esiste, tuttavia, una vasta casuistica all’interno della giurisprudenza tedesca. Difatti la Corte federale del lavoro accetta queste sanzioni, se il dipendente può usufruire del certificato di formazione anche al di fuori dell’azienda. In quel caso il datore di lavoro ha un interesse giustificato a legare il dipendente alla propria azienda. Bisogna, però, entrare in merito del contratto specifico; non è possibile, dunque, tracciare una linea generale di questa tematica. 4000 euro per due anni possono essere leciti se il salario mensile è adeguato, altrimenti la clausola potrebbe essere nulla.

 

Infine arriviamo al contratto di locazione: dopo una disdetta, che ovviamente deve rispettare i termini previsti dal contratto (solitamente tre mesi), il conduttore (in ted. Mieter) ha il diritto alla restituzione della caparra (in ted. Kaution). Questo, tuttavia, presuppone che non vi siano danneggiamenti dell’appartamento oppure conti da saldare (ad es. per le spese accessorie). In questi casi, purtroppo, si va incontro spesso al contenzioso con il locatore, non disposto a restituire la caparra. Per gli italiani che vogliono tornare in Italia, non è piacevole dover affrontare un processo civile a riguardo, ma, purtroppo, se non si vuole rinunciare alla somma versata, resta l’unica soluzione.

 

Dr. Alessandro Bellardita


Fumi eccessivamente? E io disdico il contratto d'affitto!

 

A Friedhelm Adolfs piace fumare. Così come piace all'ex cancelliere Helmuth Schmidt e a tanti altri che vedono nella sigaretta "un modo di esprimere il proprio stile di vita". Adolfs, un signore di 76 anni, è visibilmente teso. A poche ore dall'udienza nell'aula del senato della Corte federale a Karlsruhe (Bundesgerichtshof), che dovrà decidere se "il più noto fumatore della Germania dopo Schmidt" - come titolava qualche settimana fa la Frankfurter Allgemeine Zeitung - potrà continuare a fumare nel suo appartamento oppure se dovrà trasferirsi, Adolfs scambia poche parole con i giornalisti presenti. Ma l'udienza per lui assume un'importanza straordinaria: dopo 40 anni, infatti, la padrona di casa, spinta dalle lamentele degli inquilini, ha deciso di disdire il contratto di affitto. Adolfs, difatti, fuma eccessivamente e chi abita vicino a lui è costretto a tenere le finestre chiuse, perchè il "signore della sigaretta" fuma - per abitudine - sul suo balcone. Inoltre, il fumo avrebbe riempito di cattivo odore anche i corridoi degli appartamenti adiacenti.

 

In prima istanza, davanti al pretore dell'Amtsgericht Düsseldorf, Adolfs aveva perso. Il giudice riteneva il fumo eccessivo "una circostanza insopportabile" per gli altri inquilini. Vale a dire: ogni cosa ha un limite. Una volta superata la linea di demarcazione che divide ciò che ancora è normale da tutto ciò che non lo è, la reazione può essere - e a volte dev'essere - definitiva e punitiva. Ecco perché l'Amtsgericht di Düsseldorf aveva giudicato legittima la disdetta del rapporto di locazione che durava da oltre 40 anni. Sulla stessa linea si era mosso anche il Tribunale di Düsseldorf: a niente era servito il ricorso del "signore della sigaretta". Anche in seconda istanza, infatti, Adolfs aveva dovuto incassare una pesante sconfitta. Solo i costi del processo, ormai, superavano gli 7.000 euro - non poco per un pensionato.

 

Ma Adolfs non è uno che molla la presa così facilmente: ci mette di nuovo la faccia e presenta tramite il suo legale una revisione alla Corte federale, la Corte di Cassazione tedesca, insomma. Ed ecco che, improvvisamente, quando nessuno si aspettava una minima possibilità di rivincita, Adolfs rivede un barlume di speranza. Le toghe di Karlsruhe, nella sentenza del 18.2.2015, lamentano un'insufficienza delle prove e un vizio formale da parte del Tribunale di Düsseldorf, che adesso dovrà decidere nuovamente. Ma non solo: il senato del Bundesgerichtshof lancia un chiaro segnale ai giudici del Tribunale di Düsseldorf, mettendo nero su bianco un principio che attraversa tutto il diritto di locazione, ovvero che l'atteggiamento del conduttore può giustificare una disdetta del contratto solo se il suo comportamento equivale ad una "violazione rilevante" degli obblighi contrattuali. Non basta, dunque, che gli altri inquilini si sentono disturbati dal comportamento del conduttore: il giudice deve piuttosto stabilire se costui ha superato la soglia della norma. In altre parole: il fumo eccessivo deve comportare una restrizione dell'uso dell'appartamento da parte degl'inquilini ed il giudice non solo deve sentire le testimonianze di questi, ma anche - in caso di dubbio - chiamare un perito.


Dr. Alessandro Bellardita

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Articolo 18 in Germania - alcuni miti da sfatare

 

Stando a quello che riportano una buona parte dei quotidiani italiani, sembra che uno dei punti cruciali delle riforme sociali e del mercato del lavoro tedesco da parte dell’ex cancelliere Gerhard Schröder, sia stato quello di aver “introdotto” i cosiddetti minijob. Inoltre, non pochi sostengono che i minijob siano una forma di contratto senza tutele, che han fatto sì che si sia creato un vero e proprio strato di precariato, una “massa di lavoratori senza diritti”.

 

Cerchiamo di fare luce su queste “opinioni”: innanzitutto bisogna chiarire che i minijob non sono un’invenzione di Schröder. All’ex cancelliere va riconosciuto sicuramente il fatto di aver avuto il coraggio di riformare la Germania arrugginita dagli ultimi anni del governo Kohl. Ma non attribuiamo all’ex leader socialdemocratico - tra le tante cose che ha fatto - anche quelle che non ha fatto. Difatti, anche se in un formato diverso, i minijob esistono dalla fine degli anni settanta. Schröder ha soltanto aumentato il tetto massimo salariale da 325 a 400 euro. Vale a dire: si può avere un minijob esente da tasse fino, appunto, a 400 euro mensili (attualmente dopo l’ennesima riforma, fino a 450 euro). Oltre a questo, il governo rosso-verde abrogò il limite delle ore lavorative che esisteva per i minijob prima della riforma (fino a 15 ore settimanali), dando agli imprenditori più flessibilità.

Per quanto riguarda i diritti dei lavoratori bisogna, invece, dire con fermezza, che il minijob è un contratto di lavoro vero e proprio: il dipendente ha il diritto alle ferie (ovviamente in rapporto ai giorni lavorativi), alla retribuzione in caso di malattia e alla maternità, giusto per citare quelli fondamentali. Se l’azienda per la quale lavoro con un contratto minijob ha più di dieci dipendenti e il mio rapporto di lavoro dura oltre sei mesi, posso usufruire anche dello statuto dei lavoratori e, dunque, mi spetta anche la tutela contro i licenziamento in caso che questo risulti ingiusto.

 

Poi non bisogna dimenticare che, anche chi ha un contratto minijob, può, dopo un mese di lavoro, chiedere al suo datore di lavoro una stesura del contratto di lavoro. In altre parole, il datore di lavoro è obbligato a dare al dipendente un contratto scritto; è quanto prevede il cosiddetto Nachweisgesetz. E allora perché i minijobber si sentono lavoratori di serie B? Perché esiste una divergenza enorme tra quelli che sono i diritti dei lavoratori e quello che ne consegue nei fatti.

 

Molti temono le spese legali (chi va da un avvocato per difendere un contratto minijob dopo essere stato licenziato?) e altri preferiscono subire il licenziamento ingiusto o accettare di non essere pagati in caso di malattia, piuttosto di far valere i diritti che prevede la legge. Tutto qui. Esiste, tuttavia, un rimedio: si chiama gratuito patrocinio (Prozesskostenhilfe), vale a dire chiedere allo stato di sostenere le eventuali spese legali.

 

 

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Salario minimo e altro

Dopo anni di lunghissimi e asfissianti dibattiti, a partire da quest’anno la Germania dispone di un salario minimo, fissato attualmente a 8,50 euro l’ora per tutti i lavoratori, a parte delle eccezioni (a. es.: contratti di stage e apprendistato). Inoltre trattiamo il tema "furto del bancomat"; cosa fare?


1. Salario minimo (federale)

Gli esperti sono d’accordo nel dire che avverrà un profondo cambiamento del mercato del lavoro, anche se in alcuni settori esisteva prima della riforma: se si considera, tuttavia, che un lavoratore su quattro guadagna attualmente meno di 8,50 euro l’ora, si intuisce l’entità di questa riforma. Secondo uno studio dell’Istituto di ricerca sul lavoro e l’impiego IAB, reso noto nel 2013, la Germania è uno dei paesi d’Europa con i più bassi salari. I fautori della riforma sostengono che si avranno ripercussioni positive su ben 4 milioni di lavoratori.

 

La legge, contrariamente a quanto emerso in un primo momento, non riguarderà solo i dipendenti nazionali, ma anche i lavoratori di aziende estere dal momento in cui svolgono attività di lavoro all’interno del territorio tedesco. Non riguarderà, invece, i lavoratori autonomi (Selbstständige), che ovviamente sono “liberi” di pattuire il salario con la controparte.

 

Ma attenzione: per i datori di lavoro, il salario minimo vuol dire anche amministrare gli orari di lavoro dei dipendenti, specie se assunti con un contratto Mini- o Midijob. Bisogna registrare le ore di lavoro, l’inizio e la fine della giornata lavorativa e archiviare la documentazione per due anni. Chi non osserva le regole va incontro a delle sanzioni amministrative.

 

2. Furto del bancomat

Qualora si subisca il furto del bancomat (EC-Karte oppure carta di credito) e, in conseguenza di ciò, vengano eseguiti prelievi non autorizzati sul conto corrente, la banca sarà sempre tenuta al risarcimento del danno subito dal cliente, sul quale resta comunque a carico una franchigia.

 

Ma attenzione: non è invece dovuto alcun risarcimento se la banca dimostra che la sottrazione della carta è avvenuta a causa del comportamento negligente del suo titolare. Per esempio: può considerarsi una condotta gravemente imprudente il lasciare incustodito lo zaino o la borsa contenente il bancomat, affidare il bancomat e comunicare le relative credenziali a terzi, lasciare il bancomat nella propria autovettura aperta, denunciare con ritardo il furto o lo smarrimento, non bloccare la carta in seguito al ricevimento dell’sms alert relativo all’effettuazione del prelievo.

 

Anche conservare assieme bancomat e pin (cosa che fanno molti!) costituisce un comportamento negligente. La stessa cosa vale se la carta di credito si lascia in una borsa all’interno del portabagagli della propria vettura, anche se chiusa.

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